martedì 3 febbraio 2026

LA PERFEZIONE IMPOSTA PUÒ ESSERE VIOLENZA? - Esperimento "Universe 25" - Topi felici fino a morire -

 



Utopia, scelta e coscienza: cosa ci insegna davvero l’esperimento dei topi

Negli anni ’60 lo scienziato ed etologo John B. Calhoun condusse una serie di esperimenti destinati a diventare famosi, noti come Universe 25.
L’obiettivo era osservare il comportamento sociale dei topi in un ambiente artificialmente perfetto.

Il contesto era, almeno in apparenza, idilliaco:
– spazio ampio
– cibo illimitato
– acqua sempre pulita
– temperatura ideale
– assenza totale di predatori

Otto topi vennero introdotti in questo “paradiso”. Per un periodo iniziale, tutto funzionò: la popolazione crebbe rapidamente, le risorse non mancavano, non c’erano ostacoli esterni. Poi, lentamente, qualcosa si ruppe.

Nonostante l’abbondanza materiale:

  • i comportamenti sociali collassarono

  • molti individui si isolarono

  • la riproduzione diminuì fino a fermarsi

  • aumentarono aggressività, apatia e disfunzioni relazionali

Alla fine, tutti i topi morirono. Non per fame, non per freddo, non per predazione. Morirono in quello che Calhoun definì un behavioral sink: un collasso del comportamento.

Questo esperimento viene spesso citato come monito:

“Attenzione all’utopia, perché una società senza difficoltà conduce alla morte.”

Ed è qui che, secondo me, nasce un equivoco enorme.


Il punto cieco dell’esperimento

C’è un dettaglio che raramente viene messo a fuoco:
i topi non hanno scelto quell’utopia.

Sono stati inseriti a forza in un contesto che non comprendevano, senza consapevolezza, senza possibilità di scelta, senza alcun processo interiore di adattamento o trasformazione. In altre parole, paradossalmente sono stati snaturati senza nessuna possibilità di comprendere e quindi di rispondere o reagire perché il loro livello evolutivo non glielo consente.

Da questo punto di vista, si può dire senza forzature che hanno subito una violenza:
sono stati catapultati in una condizione per la quale non erano pronti, né biologicamente né cognitivamente. Semplicemente non erano adatti a quell'esperienza proprio per la loro natura.

E allora la domanda cambia radicalmente.


E se il problema non fosse l’utopia, ma l’assenza di scelta?
E se il problema non fosse l'utopia ma assenza di un livello appropriato di evoluzione filosofica e spirituale?

Se prendiamo l’esperimento come metafora e lo applichiamo all’essere umano, rischiamo un errore grossolano.
L’umanità non è nella stesso livello evolutivo dei topi di Universe 25. Non è un dettaglio.

Oggi, almeno potenzialmente:

  • possiamo riflettere sul contesto in cui viviamo

  • possiamo interrogarci sui nostri schemi mentali

  • possiamo scegliere se aderire o meno a un certo paradigma

  • possiamo immaginare un mondo migliore e cercare di raggiungerlo

  • possiamo sostituire difficoltà come stimolo a benessere come stato naturale dell'essere consapevole.

L’obiettivo filosofico e spirituale di moltissime tradizioni non è la sopravvivenza nella difficoltà, ma il superamento della necessità della difficoltà stessa.

Qui emerge il paradosso:
se leggiamo male l’esperimento dei topi, potremmo convincerci che la sofferenza sia necessaria, che le difficoltà siano indispensabili, che “senza problemi si muore”.

Ma è davvero così? Non credo proprio, sarebbe da replicare l'esperimento con essere umani pronti a vivere in armonia e aperti a incontrare il "cosmo". Non in senso scientifico, ovviamente, ma come ipotesi filosofica e antropologica.


Difficoltà o coscienza?

I topi, privati della necessità di lottare per sopravvivere, non hanno sviluppato una dimensione contemplativa, creativa o spirituale. Non potevano farlo. Non è nelle loro possibilità.

L’essere umano, invece, potrebbe.

L’assenza di difficoltà non deve necessariamente produrre apatia.
Potrebbe produrre:

  • contemplazione

  • ricerca del senso

  • esplorazione del cosmo

  • approfondimento della coscienza

  • creatività pura

A una condizione: che questa transizione sia scelta, non subita. Oppure ottenuta con sforzo consapevole come fosse il superamento dell'ultima grande difficoltà.

Questo implica lasciare andare schemi antichi:

  • l’idea che il valore nasca solo dalla fatica

  • la convinzione che senza lotta non esista crescita

  • l’identificazione totale con il superamento dell’ostacolo

Forse l’evoluzione umana non è restare per sempre nella difficoltà, ma trascenderla. Forse gli schemi sopra citati potrebbero essere stati imposti come spinta a ricercare la perfezione, cosa questa che è evidente che se fosse imposta, produrrebbe la fine. Si arriva a notare un aspetto curioso: la felicità imposta, se non si è pronti, produce morte. Le difficoltà imposte potrebbero produrre invece felicità perpetua se scelta e raggiunta con sforzo.


Una prova evolutiva, non un avvertimento

L’esperimento di Calhoun non dimostra che l’utopia sia mortale.
Mostra che un’utopia non integrata nella coscienza è distruttiva.

Se l’umanità oggi percepisce un disagio profondo, forse non è perché dobbiamo tornare indietro, ma perché siamo chiamati a fare una scelta nuova:
non combattere la fine della difficoltà, ma imparare a vivere oltre la difficoltà.

E questa, forse, non è una fuga dalla realtà. È una prova evolutiva. 

Come al solito vi suggerisco la lettura del mio saggio GENESI INVERSA dove avanzo l'ipotesi che le difficoltà siano state indotte proprio per produrre consapevolmente l'effetto contrario.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni


domenica 11 gennaio 2026

E SE FOSSIMO COSÌ CONVINTI DI ESSERE VITTIME DA NON RICONOSCERE GLI AIUTI?

 


Mi sembra di scorgere  un paradosso che attraversa la storia umana e che oggi emerge con sempre maggiore chiarezza: è possibile che gran parte dell'umanità si sia identificata in una vittima millenaria del sistema tanto ormai da percepire come minacce anche eventuali aiuti?

Se il caso o "qualcuno" ci porgesse un aiuto, lo stato di coscienza di coloro che si sono identificati nella vittima,  senza biasimo, ormai filtrerebbe ogni evento attraverso paura, sospetto, minaccia e perdita di controllo.
Questo meccanismo non è solo psicologico. È ontologico.

Aiuti “dall’alto” e libero arbitrio

Se esistono aiuti che arrivano “dall’alto” — intesi come strumenti evolutivi, salti di consapevolezza, tecnologie o possibilità sistemiche — allora devono sottostare a una legge fondamentale: il rispetto del libero arbitrio
Un aiuto che rispetta il libero arbitrio non può imporsi, non può essere inequivocabile, non può apparire solo come “bene”. Deve contenere ambiguità. Deve poter essere rifiutato, deve poter essere scelto. 
Per questo ogni vero aiuto arriva accompagnato da una narrazione inquietante, non perché l’aiuto sia pericoloso in sé, ma forse deve solo sembrarlo perché la scelta deve restare reale.

La minaccia non è nell’aiuto, ma nello stato di coscienza

Qui entra in gioco una verità che le leggi spirituali e la fisica quantistica suggeriscono da decenni:

Il concetto di vittima, in senso assoluto, non esiste.

La fisica quantistica ci mostra che l’osservatore non è separato dall’osservato.

La coscienza non registra la realtà: la genera
Se questo è vero — e oggi è sostenuto sia da modelli scientifici avanzati sia da tradizioni spirituali millenarie — allora non esiste nulla “là fuori” che possa danneggiarci in modo indipendente dalla nostra coscienza. 
Questo non significa negare il dolore, la sofferenza o le ingiustizie. 
Significa comprendere che esse esistono come contesto funzionale, come campo di esperienza necessario a un processo di riconoscimento. 
In questa prospettiva, o la realtà è creata dalla coscienza, o è strutturata in modo propedeutico a farci scoprire che lo è. 
In entrambi i casi, la vittima non è una condizione definitiva, ma uno stato transitorio di inconsapevolezza.

L’intelligenza artificiale come specchio evolutivo

L’intelligenza artificiale è un esempio perfetto.

Da un lato amplifica le capacità umane, democratizza la conoscenza, libera tempo, energia, offre enormi possibilità creative. Dall’altro, viene narrata come minaccia, come entità che controlla, come forza che annienta l’uomo. La domanda non è se l’IA abbia rischi. 
Ogni strumento potente li ha con utilizzo improprio e sconsiderato.
La vera domanda è: perché la coscienza collettiva si ancora quasi esclusivamente alla paura?
Perché riconoscere l’aiuto implicherebbe una responsabilità nuova: non sei più impotente, non sei più solo reattivo, non puoi più delegare.
E questo, per una coscienza che si percepisce come vittima, è più spaventoso di qualsiasi minaccia esterna.

L’aiuto rompe l’identità della vittima

La vittima non teme il danno, teme la fine della sua identità.
Accettare un aiuto reale significa uscire dalla narrazione, smettere di reagire, iniziare a creare.
La minaccia, invece, è rassicurante perché conferma il nemico, giustifica l’immobilità, mantiene intatto il ruolo. Per questo la vittima riconosce la minaccia, ma non l’aiuto.

Forse è questo il vero test evolutivo

E se fosse proprio questo il punto?
E se gli aiuti che arrivano oggi — tecnologici, culturali, cognitivi — fossero deliberatamente ambigui, non per ingannarci, ma per verificare un salto di coscienza?
Non per salvare l’umanità, ma per vedere se l’umanità è pronta a smettere di percepirsi come vittima e iniziare a interagire con sfide, difficoltà e opportunità come allieva.

L’appello finale

L’umanità non sarà perduta per mancanza di risorse, di tecnologia o di conoscenza.

Credo che sarà perduta finché non comprenderà davvero questo principio
E non è un messaggio criptato. È ripetuto ovunque: nei testi spirituali, nei seminari, nei discorsi sulla coscienza, nei modelli quantistici

Il problema è che non viene applicatoResta teoria. Resta linguaggio. Resta ripetizione a pappagallo. Non viene integrato nella vita individuale, nelle scelte quotidiane, nell’interpretazione degli eventi collettivi. 
Finché parleremo di coscienza senza assumerci la responsabilità di creare realtà, continueremo a vedere aiuti come minacce e prove come aggressioni. 
Forse il vero salto evolutivo non è ricevere nuovi strumenti, 
ma riconoscere che non siamo mai stati vittime, se non di una dimenticanza.

E forse, proprio ora, qualcosa — o qualcuno — sta aspettando che ce ne accorgiamo.

Nel mio romanzo L'ALTRO MONDO l'intelligenza artificiale in dotazione di una astronave in cerca di esobiologia, diventerà un personaggio chiave nella narrazione svelando una natura sorprendete, pacifica e pronta ad aiutare.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

lunedì 5 gennaio 2026

UN BEL GIOCO DURA POCO? Riflessioni su lavoro, svago e senso della vita


“Un bel gioco dura poco.” Quante volte abbiamo sentito questo detto? Suona innocuo, quasi un consiglio scherzoso, eppure se ci fermiamo a riflettere, emerge come un vero e proprio messaggio culturale. Un messaggio che, in fondo, ha plasmato il modo in cui pensiamo al lavoro, allo svago e persino al senso della vita.

Proviamo a smontarlo un attimo. Da un passato in cui lavorare significava sopravvivere, siamo passati a un concetto implicito per cui meno ci divertiamo e più ci dedichiamo al lavoro, meglio è. Ma cosa è davvero il lavoro? Oggi è davvero necessario lavorare così tanto, fino al punto da considerare il divertimento, l’arte e lo svago come qualcosa da limitare o addirittura da colpevolizzare?

Se guardiamo ai bisogni essenziali dell’uomo, ci accorgiamo che la struttura attuale dell’attività lavorativa non è indispensabile per la mera sopravvivenza. Essa è invece necessaria al mantenimento di un sistema economico che, paradossalmente, ha come obiettivo se stesso e non i bisogni reali degli esseri umani. Produciamo in surplus, accumuliamo, misuriamo ricchezza e produttività, ma quanto di tutto ciò serve davvero per vivere pienamente?

E qui entra in gioco un’ipotesi sempre più presente nel dibattito contemporaneo: forse “qualcuno” ci ha privato di tecniche e forme di energia potenzialmente illimitate e gratuite. Scienziati e inventori come Ettore Majorana e Nikola Tesla hanno mostrato, in modi diversi, che era possibile immaginare una produzione e un’organizzazione della vita non più basata sulla lotta per la sopravvivenza, ma sulla collaborazione con gli elementi, sulla libertà creativa e sulla cura dell’anima.

Se è vero che la realtà ci ostacola realmente, allora forse “meno ci si diverte, meglio è” può avere un senso di sopravvivenza. Ma se, come sembra, il vero ostacolo è stato costruito da una struttura produttiva che ha perso il suo vero focus, allora tutto cambia. In questa prospettiva, un bel gioco non solo non è superfluo, ma diventa essenziale, al pari della sopravvivenza. Nutrire l’anima, attraverso arte, svago e piacere, diventa un dovere di una società adulta e responsabile, così come nutrire il corpo è un dovere naturale.

Un mondo maturo non avrebbe bisogno di slogan come “un bel gioco dura poco”, perché sa già, senza che qualcuno glielo ricordi, che dopo il soddisfacimento dei bisogni primari è necessario prendersi cura del secondo livello: quello dell’anima, della creatività e della gioia. Viene dopo ma non è meno importante, come un tetto per una casa.

Conclusione: in una versione più sana del nostro mondo, un bel gioco dura quanto se ne ha voglia. E forse è proprio da qui, da questo equilibrio tra corpo e anima, lavoro e svago, che una società può definirsi veramente adulta.

Nel mio saggio IL MONDO IN CUI VIVIAMO ho dedicato un capitolo al lavoro e alla necessità di smettere di dedicarsi a esso nel modo in cui viene fatto. Nel mio saggio GENESI INVERSA, affronto il lavoro come una struttura e un'istituzione introdotta da coloro che sembra ci abbiamo creato,  attraverso le ipotesi che emergono dalle traduzioni delle tavolette sumere.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

mercoledì 31 dicembre 2025

SEGUIAMO SOLO QUELLI CHE CI DICONO COSA VOGLIAMO SENTIRICI DIRE




La verità che conviene e la verità che trasforma

Vanno avanti solo quelli che dicono alle persone ciò che vogliono sentirsi dire.
È una constatazione scomoda, ma difficilmente confutabile.

E cosa vogliono sentirsi dire le persone?
Vogliono sapere che la colpa non è loro.
Vogliono un nemico esterno da denunciare, da combattere.
Vogliono sentirsi vittime di qualcuno, di qualcosa, di una forza oscura, di un piano, di un complotto, di un sistema malvagio che agisce nell’ombra.

È una narrazione "rassicurante", perché solleva dalla responsabilità diretta.
Ricalca i vecchi schemi. Radica nel passato.
Se c’è un colpevole esterno, allora io sono innocente.
Se c’è un burattinaio, io sono solo una marionetta.
Se tutto è deciso altrove, io non devo scegliere davvero.

Non stupisce quindi che i divulgatori che diventano popolari siano spesso quelli che raccontano la realtà come una continua protesta: smascherano, denunciano, mostrano il lato oscuro, amplificano il conflitto. Parlano di manipolazioni, inganni, poteri occulti. E molto spesso si fermano lì.

Questo tipo di narrazione funziona.
Accende rabbia, crea appartenenza, produce consenso.
Ma raramente propone una via d’uscita.

Fino a un certo punto, questa fase è stata assolutamente necessaria.
Molte dinamiche oscure, molti meccanismi distorti, molte macchinazioni dovevano emergere. Dovevano essere viste, nominate, riconosciute. Senza luce non c’è consapevolezza.

Il problema nasce quando la denuncia diventa fine a se stessa.
Quando l’analisi non evolve in comprensione.
Quando lo “smascheramento” non si traduce in trasformazione.

In quel momento, anche la contro-narrazione diventa una gabbia.

Oggi, forse, siamo pronti per una fase successiva.

Una fase in cui riconoscere che sì, esistono dinamiche di potere, manipolazioni, ingiustizie reali. Ma esistono anche come prove con cui misurarsi, non solo come condanne. Come sfide evolutive, non solo come alibi.

Curiosamente, quando qualche divulgatore intravede una possibile via d’uscita — non intesa come salvezza esterna, non come messia o soluzione miracolosa, ma come presa di consapevolezza interiore, individuale, responsabile — quel divulgatore viene spesso ignorato.

Perché quella strada è sconosciuta e meno comoda.
Perché non offre un nemico da odiare, ma uno specchio in cui guardarsi.
Perché non promette riscatto immediato, ma lavoro su di sé.

Eppure potrebbe essere proprio questa la direzione da seguire. Del resto è suggerito a gran voce dai più alti insegnamenti spirituali. Addirittura parafrasando le scoperte della fisica quantistica possiamo giungere alle stesse conclusioni.

Rileggere le dinamiche negative non solo come inganni da subire, ma come prove da attraversare.
Non per giustificarle, ma per superarle.
Non per negarle, ma per non identificarvisi.

Forse il vero salto di maturità non sta nello scoprire chi ci manipola, ma nel chiederci perché quella manipolazione funziona.
Non nel trovare sempre nuovi colpevoli, ma nel recuperare la nostra capacità di scelta.

Perché una società che vive solo di denuncia resta immobile.
Una società che integra consapevolezza e responsabilità, invece, può trasformarsi.

E forse oggi il vero atto rivoluzionario non è più urlare contro il buio, ma accendere una luce dove prima non volevamo guardare: dentro di noi.

Ancora una volta vi riamando ai miei libri tutti, in particolare IL MONDO IN CUI VIVIAMO e GENESI INVERSA

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

giovedì 25 dicembre 2025

SPIRITUALITÀ: REALTÀ O FUGA DALLA REALTÀ?

 


Fin dai tempi antichi, l’uomo ha cercato risposte sul senso del cosmo e della vita. La spiritualità è stata uno dei mezzi principali per tentare di comprendere ciò che sembra oltre la nostra esperienza ordinaria: la coscienza, l’infinito, il tempo, l’essere stesso. Ma la spiritualità è davvero una via verso la realtà, o piuttosto una fuga da essa?

Il cosmo come luogo o come coscienza?

La fisica classica, la fisica “meccanica” di Newton, ci ha abituati a immaginare un universo ordinato, fatto di oggetti e spazi definiti, governati da leggi immutabili. In questo modello, tutto è misurabile, prevedibile, localizzato. Ma con l’avvento della fisica quantistica, tutto cambia: l’atomo non è più una struttura fissa, ma una nube di probabilità; la realtà diventa interconnessa, soggetta all’osservazione, alla coscienza, al contesto.

Qui entra in gioco il pensiero di autori come Fritjof Capra in Il Tao della fisica, che mette in parallelo le intuizioni delle antiche dottrine orientali e le scoperte della fisica moderna. Il cosmo, in questo senso, non è un “luogo” in senso fisico: non ha confini definiti, non è semplicemente spazio-tempo, ma potrebbe essere più simile a una coscienza, un campo interconnesso di energia e informazioni.

Se il cosmo non è un luogo, ma una coscienza, allora la nostra percezione di separazione, di oggetti distinti, potrebbe essere solo un’illusione. Ciò che chiamiamo materia sarebbe una manifestazione di energie sottili, come suggeriscono molte tradizioni spirituali, e la fisica quantistica sembrerebbe confermarlo, almeno in termini di correlazioni, entanglement e non-località.

La spiritualità come realtà, il materialismo come illusione?

Se il mondo “materiale” è davvero una manifestazione della coscienza, allora il materialismo potrebbe essere solo una riduzione apparente della realtà, una semplificazione utile ma limitante. La spiritualità, al contrario, potrebbe fornire strumenti per percepire la trama sottostante, la rete invisibile di energia e coscienza che regge l’universo.

Non è detto che sia facile accettare questa idea: l’evidenza empirica ci spinge a pensare in termini di oggetti e cause, di azioni e reazioni. Ma forse, come suggerisce Capra e come indicano molte dottrine antiche, è proprio la nostra mente limitata a costruire l’illusione della separazione.

La spiritualità, in questo contesto, non sarebbe una fuga dalla realtà, ma una chiave per comprenderla. Un invito a espandere la percezione, ad andare oltre ciò che possiamo misurare, a esplorare la natura profonda dell’universo e della coscienza.

Materia: Mater - madre

Un’ipotesi affascinante riguarda lo scopo stesso di questa realtà materiale: e se fossimo inseriti deliberatamente in un mondo “illusorio”, in apparenza limitato, proprio per esercitare il nostro discernimento e la nostra consapevolezza? La parola “materia” richiama la radice di mater, madre, e suggerisce un paragone: come il feto attende il momento della nascita, così potremmo trovarci in un “mondo chiuso” delimitato e "separato" che aspetta la nostra rinascita cosciente. Se una qualche intelligenza superiore stesse osservando e attendendo che ce ne accorgiamo, allora il gioco stesso della realtà acquisirebbe un senso evolutivo. Le zone d’ombra, le contraddizioni, le apparenti incongruenze della materia e della vita, se integrate con concetti di coscienza e spiritualità, potrebbero rivelare un filo logico nascosto, un percorso di crescita e scoperta. In altre parole, ciò che chiamiamo realtà non offrirebbe solo risposte, ma una sfida evolutiva, un invito a percepire e a trasformare la nostra esperienza, passo dopo passo, fino a riconoscere la profondità che si cela dietro l’apparente illusione.

Conclusione

Forse è il momento di chiedersi se il confine tra “realtà” e “illusione” non sia più sottile di quanto immaginiamo. Forse il materialismo estremo ci impedisce di vedere ciò che è fondamentale. Forse, guardando la fisica quantistica e ascoltando le intuizioni spirituali, possiamo cominciare a pensare a un cosmo che è insieme realtà e coscienza, materia e energia, visibile e invisibile.

In questo senso, spiritualità e scienza non sarebbero nemiche, ma due linguaggi diversi per descrivere la stessa esperienza fondamentale: l’essere nel cosmo.

Nei miei saggi IL MONDO IN CUI VIVIAMO  e  GENESI INVERSA, ma anche nei romanzi, avanzo questa visione integrandola con ipotesi molto dilatate sugli scopi e gli intenti di CHI potrebbero essere i nostri creatori.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

domenica 14 dicembre 2025

COMUNISMO, MATERIALISMO E LA GRANDE ANOMALIA SPIRITUALE

 



Ipotesi su un modello avanzato introdotto nel modo sbagliato

Esistono idee che, più le si osserva da vicino, più rivelano una strana ambiguità. Il comunismo è una di queste.

Non come slogan politico, ma come riflessione storica e filosofica: assenza di competizione economica, centralità della cooperazione, superamento della proprietà privata come fine ultimo, distribuzione dei ruoli secondo capacità e necessità. Elementi che, presi singolarmente, appaiono tutt’altro che primitivi. Anzi, per certi versi, sembrano estremamente avanzati.

Eppure, storicamente, il comunismo è stato bocciato. Non ha prodotto libertà, ma appiattimento. Non ha liberato l’individuo, ma lo ha sacrificato. Non ha generato felicità, ma controllo.

La domanda allora non è solo perché ha fallito, ma cosa è fallito. Se è fallito davvero il modello o forse un sua versione incompleta?


Marx e il contesto: motivazioni storiche che stanno in piedi

Karl Marx non era un folle né un ideologo astratto. Le sue motivazioni storiche sono comprensibili e, per molti aspetti, legittime.

Egli osserva:

  • uno sfruttamento sistemico e disumano della classe operaia;

  • una religione istituzionale spesso alleata con il potere economico;

  • un uso della spiritualità come strumento di giustificazione dell’ingiustizia sociale.

Prima ancora di Marx, si era già prodotta un’associazione curiosa e potentissima: religione e capitalismo avevano stretto un’alleanza di fatto. La religione, privata progressivamente della sua funzione spirituale autentica, veniva utilizzata come apparato morale di contenimento, come promessa differita, come legittimazione del sacrificio terreno in favore di una ricompensa ultraterrena.

È qui che si può individuare una prima fase cruciale.

Se religione e capitalismo appaiono come alleati, allora il ragionamento di Marx diventa quasi inevitabile:

capitalismo = oppressione
religione = alleata del capitalismo
dunque religione = parte del problema

Un due più due apparentemente banale, ma anche un evento storico che apre a domande.

Il materialismo storico nasce così come reazione: un tentativo di riportare l’uomo alla concretezza della sua condizione reale, di smascherare l’idealismo come anestetico sociale, di recidere il legame tra sfruttamento economico e giustificazione spirituale.

In questo senso, il manifesto marxista funziona. Ha una sua coerenza interna. È una risposta logica a un sistema capitalistico feroce e disumanizzante.

Ma proprio qui emerge la prima grande anomalia.


La prima grande inversione: comunismo e materialismo

Il comunismo, come modello sociale, sembra richiedere un altissimo livello etico: fiducia, responsabilità, coscienza collettiva, superamento dell’egoismo individuale.

Eppure viene fondato su una visione materialista dell’essere umano, ridotto a prodotto dei rapporti economici. Una sicurezza controllata: "Ciò che fai è per la collettività ma tu sei solo ciò che fai."

Paradossalmente:

  • il materialismo è perfettamente coerente con il capitalismo;

  • il capitalismo si è storicamente alleato con la religione;

  • il comunismo è stato associato all’ateismo.

Un’inversione così evidente da apparire quasi artificiale. Uno schema distante da una sua possibile evoluzione naturale.

Se il capitalismo mercifica tutto, perché si appoggia al trascendente?
Se il comunismo aspira all’uguaglianza e alla cooperazione, perché priva l’individuo della sua dimensione spirituale?

Questa contraddizione non invalida Marx come pensatore, ma suggerisce che egli abbia reagito a un quadro già distorto, accettandone implicitamente una delle premesse fondamentali: l’identificazione della spiritualità con la religione istituzionale e, quindi, con il potere economico.

In altre parole, se la religione era già stata contaminata, rifiutarla in blocco significava forse gettare via anche ciò che di autenticamente spirituale conteneva. Oggi a molti pensatori potrebbe apparire un'elaborazione ingenua. Ma forse era voluta?


Comunismo come reazione, non come evoluzione

Qui si apre una possibilità interpretativa più ampia.

E se il comunismo non fosse nato come naturale evoluzione del pensiero umano, ma come reazione a un contesto estremo, dunque inevitabilmente polarizzata?

Una reazione:

  • nasce sempre in opposizione;

  • porta il segno di ciò che combatte;

  • tende a semplificare, irrigidire, escludere.

Il comunismo storico nasce contro il capitalismo, non oltre il capitalismo. Nasce come risposta urgente, non come sintesi matura. Infatti viene dissociato dai veri valori etici e spirituali del modello stesso. Un errore?

Una reazione può anche essere indotta. Col senno di poi possiamo divertirci a ipotizzarne i fattori scatenanti. Preparare un terreno di ingiustizia, sfruttamento e alleanze perverse può rendere inevitabile una risposta radicale e incompleta. Un disegno?

Non è necessario evocare complotti nel senso ingenuo del termine. Basta osservare che la storia procede spesso per polarizzazioni guidate, in cui le alternative offerte sono semplici reazioni. Negli ultimi decenni ne abbiamo visto molti esempi: Torri Gemelle -> Attacco all'Afghanistan.


Un modello avanzato, scorporato dalla sua anima?

Da decenni esistono narrazioni, ipotesi alternative, messaggi canalizzati — non dimostrabili, ma esistenti — che descrivono civiltà "extra" non competitive, cooperative, prive di proprietà privata, fondate su ruoli naturali e talenti individuali. Ci vengono mostrate come civiltà molto avanzate spiritualmente.

Modelli che, nella forma, ricordano sorprendentemente ciò che noi abbiamo chiamato comunismo.

Con una differenza enorme: in queste descrizioni l’individuo non è annullato, ma esaltato.

Rimanendo nel campo delle ipotesi, si potrebbe pensare che:

  • un modello molto avanzato sia stato mostrato all’umanità;

  • ma deliberatamente scorporato dalla sua radice spirituale;

  • così da renderlo fallimentare e rifiutabile.

Il risultato sarebbe duplice:

  • il concetto entra nella coscienza collettiva;

  • ma viene associato a oppressione, controllo e infelicità.

Il seme resta, ma viene respinto. A quale scopo?


Capitalismo, religione e la frattura finale

Nel frattempo, il capitalismo — espressione massima del materialismo — si è consolidato proprio grazie all’appoggio di sistemi religiosi istituzionali.

Come se spiritualità e materia, etica e potere, individuo e collettivo fossero state deliberatamente separate e distribuite in campi opposti. Come è già stato detto, è talmente paradossale che sono legittimato quanto meno a sospettarlo.


La questione non è cosa credere, ma cosa integrare

Questa riflessione non pretende di dimostrare nulla. Propone una lettura possibile.

Che tutto ciò sia stato il frutto di un piano, di dinamiche storiche immature o di una combinazione delle due cose, il punto resta:

Oggi conosciamo il modello.
Ne abbiamo visto il fallimento parziale.
Forse ora siamo chiamati a riflettere liberamente?

Potrebbe essere l'induzione di una Scelta?

Forse il comunismo non era da accettare così com’era. Ma forse non era nemmeno da scartare del tutto.

Forse il vero passo evolutivo non è aderire a un’ideologia, ma ricomporre ciò che forse è stato volutamente separato per garantirci il libero arbitrio di scegliere:

cooperazione e spiritualità,
individuo e collettivo,
libertà e responsabilità.

Forse spetta a noi, oggi, il compito di rimettere insieme i modelli con i loro rispettivi valori etici e spirituali. Forse è una chiamata per indurci liberamente a un'evoluzione: se il comunismo fosse stato perfetto, oggi vivremo perfettamente ma senza saperlo perché non lo avremmo scelto. Ecco che prende senso la possibilità, per quanto assurda, che sia tutto un disegno. Se guardiamo al risultato non è più importante sapere se effettivamente sia stato un disegno voluto o un caso assurdo. Abbiamo una confusione da riordinare e ne trarremmo evoluzione.

Il resto — nomi, sistemi, bandiere — potrebbe essere solo superficie.

Tutto ciò sono solo Ipotesi che affiorano unendo puntini che esistono già. A ciascuno la propria scelta.

Nel mio saggio GENESI INVERSA ipotizzo che potremmo essere guidati nella nostra evoluzione da intelligenze (Nephilim) che, dai tempi dei Sumeri, ci spingono a Scelte attraverso la creazione di dinamiche in opposizione.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

domenica 7 dicembre 2025

MA I NOBILI... DOVE SONO FINITI? Dedicato a chi ancora vota

 




Non è una teoria, né un atto d’accusa. È una domanda. Una domanda legittima, quasi inevitabile, che nasce quando si osserva la storia senza le lenti della retorica:
Ma davvero le monarchie sono scomparse? O sono solo cambiate di forma?
Non si tratta di negare la democrazia, ma di interrogarsi sulla sua struttura Reale, come si è creata, su ciò che di antico continua a vivere sotto nuove etichette.
E su ciò che, forse, preferiamo non vedere per non mettere in dubbio le rassicurazioni del presente.

 La continuità dei lignaggi: quando il sangue blu smette di essere   blu, ma resta sangue

Quando le monarchie europee hanno perso potere formale, nessuno ha premuto un tasto “reset” sulle famiglie aristocratiche. Non sono sparite. Non sono state dissolte. Non sono state disperse. Hanno mantenuto patrimoni. Hanno mantenuto relazioni. Hanno mantenuto educazione di livello superiore. Hanno mantenuto proprietà fondamentali (terre, immobili storici, banche). Hanno mantenuto un capitale simbolico che ancora oggi apre porte che per altri restano chiuse. Molti cognomi “di una volta” compaiono ancora: negli organi direttivi delle grandi banche, nelle organizzazioni internazionali, nei consigli di amministrazione di multinazionali, nelle accademie, nelle fondazioni culturali, nelle diplomazie.

La nobiltà è scomparsa dalle cerimonie ufficiali, ma non dai centri dove si genera influenza.
Il trono è stato sostituito da una riunione a porte chiuse. La corona da un completo "giacca e cravatta " firmato. Il sigillo reale da una firma su un contratto.

 La metamorfosi del potere: dall’araldica alla tecnocrazia

Il passaggio chiave è stato questo: il potere aristocratico non è stato abolito, è stato convertito. Quando nasce lo Stato moderno, il potere diventa più tecnico che simbolico. 
Si sposta da: palazzi reali → ministeri, consigli, istituzioni sovranazionali. Feudi → conglomerati industriali e finanziari. Corti aristocratiche → reti economiche globali. Dinastie politiche → dinastie economiche.
Il nuovo sovrano è la competenza tecnica. Il nuovo linguaggio del potere è l’economia.
Il nuovo simbolo è il capitale.
E qui sta il punto: chi aveva vantaggi culturali, economici e relazionali nel vecchio sistema, li ha portati nel nuovo.
La nobiltà non è morta:
si è semplicemente trasformata nella prima élite tecnocratica della storia contemporanea.

 La provocazione legittima: e se le monarchie non fossero mai   finite?

Non come istituzioni formali, certo. Ma come strutture di potere, come continuità di classe, come radici che non hanno mai smesso di alimentare il presente?
La domanda è lecita, e non è complottista: è sociologica. Perché se: le famiglie aristocratiche non sono scomparse, hanno occupato i nuovi nodi del potere, influenzano (anche indirettamente) politica, economia, cultura, diplomazia, e mantengono una continuità di influenza di secoli, allora possiamo davvero dire che viviamo in un mondo “post-monarchico”?
O viviamo in un mondo dove le monarchie hanno imparato a non farsi vedere?


Se il popolo crede che il potere sia passato interamente nelle sue mani, mentre le élite continuano a operare dietro le strutture che realmente determinano le scelte politiche,
allora è possibile che la più grande abilità della nobiltà sia stata questa:
FAR CREDERE DI ESSERSI RITIRTA.
Con un enorme inganno invisibile, una transizione morbida, silenziosa, perfettamente riuscita, perfettamente integrata con una popolazione in grado di non accorgersene. Una metamorfosi del potere così raffinata che oggi la maggior parte delle persone non si chiede nemmeno dove siano finiti i nobili. Semplicemente non ci pensa.
E quando la domanda scompare, la struttura sopravvive.
E quindi? Una società davvero democratica dovrebbe almeno porsi la domanda, non per ribellarsi, ma per capire "ll Mondo in cui Viviamo", per dare o non dare i propri consensi finché il quadro non sia chiaro. Per maturità civica, per onestà intellettuale, per lucidità storica. Per riconoscimento.
Non è forse curioso che: chi era all’apice della società per millenni, sia improvvisamente scomparso nel giro di due generazioni senza lasciare apparenti eredi di potere?
E davvero è credibile che: famiglie che possedevano tutto abbiano consegnato tutto al popolo senza opporre resistenza e senza trovare un modo di conservare almeno una parte dell’influenza? Non è forse questa l’illusione perfetta? Veramente credete in questo? E mi rivolgo soprattutto ai grandi pensatori del nostro tempo, non davvero al popolo. Da che parte state voi storici accademici, filosofi e politici? Perché se qualcuno del popolo può accorgersi, voi ne siete al corrente, ne siete partecipi, complici?

Il popolo è convinto di autogovernarsi, mentre la struttura Reale del potere continua a funzionare secondo meccanismi invisibili, ereditati, raffinati. Semplicemente diversi e adattati all'uopo a una effettiva crescita intellettuale del popolo stesso.

Concludo

Questa non è una certezza. Non è un “così stanno le cose”. È una domanda.
Una domanda legittima e intelligente su evidenze attuali e storiche, rivolta in particolare a chi ancora vota, convinto che la democrazia sia un meccanismo semplice e trasparente. Un meccanismo effettivamente conquistato dal popolo con il sangue. "L'hanno conquistata i nostri nonni o bisnonni con il sangue". Beh certo, se gli aristocratici, in qualche punto della storia, avessero capito che era giunto il momento di cambiare "veste" e di far credere al popolo che da quel punto in poi, il potere sarebbe stato democratico, ovviamente dovevano inscenare anche il copione nel quale effettivamente il popolo doveva credere di esserselo conquistato. Mi sembra oltremodo ovvio.
Secondo me li stiamo sottovalutando.
La domanda non è se votare o non votare. La domanda è:
Chi stiamo realmente eleggendo?
E chi, invece, non ha mai smesso di essere eletto da se stesso?

Nel mio saggio "Genesi Inversa" avanzo l'ipotesi che dai Sumeri, il centro di potere è sempre stato posseduto dai Nephilim. Essi l'hanno dovuto far evolvere compatibilmente con l'emancipazione costante del popolo. All'inizio erano frustate agli schiavi, poi ingiustizie verso i contadini e gli artigiani, oggi pignoramenti legali perché siamo in democrazia. 
La violenza, visto che siamo in democrazia, è semplicemente diventata più sottile e legale. Infatti non sono più frustate perché il popolo prima o poi a quelle si ribella, infatti il potere ha dovuto far evolvere la violenza fino al punto da far credere al popolo che addirittura non solo è legale, ma i legislatori li hanno votati loro. Qui emerge un'altra domanda: il punto non è se sono buoni o cattivi ma se sono Maestri capaci di farci da specchio e di accompagnarci alla nostra definitiva emancipazione spirituale, che non può che arrivare attraverso:
1) Il riconoscimento del contesto. 2) Il riconoscimento consapevole di chi siamo. 

Vi lascio una ciliegina sulla torta: il 6 gennaio 2026 inoltrerò alle istituzioni, per la seconda volta, la richiesta di dialogo per la mia secessione individuale. Questo atto verrà inoltrato ogni 3 mesi. Qui tutte le info: CHIEDIAMO E CI SARÀ DATO

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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