Specchio Sociale: perché la società non migliorerà mai
Molti credono che migliorare la società sia possibile e che significhi cambiare le regole, le leggi, le istituzioni, o l’educazione collettiva. Ma cosa succederebbe se questa convinzione fosse in parte un inganno percettivo? Se la società non fosse fatta per evolvere come un organismo unico, ma per riflettere ciò che siamo, individuo per individuo?
La società è uno specchio. Non un’entità autonoma capace di migliorarsi da sola, ma un contesto che produce reazioni negli individui. Ci mette di fronte a limiti, egoismi, contraddizioni, frustrazioni e opportunità. La sua funzione primaria non è il progresso collettivo, ma la provocazione individuale.
Ogni persona ha il proprio ritmo, la propria capacità di percezione, la propria evoluzione. Se la società dovesse crescere come un organismo unico, sincronizzando tutti verso un ideale, bloccherebbe il percorso di chi è “indietro”, chi ha bisogno di più tempo per comprendere, assimilare, vibrare a frequenze più alte. La crescita sarebbe uniforme, ma artificiale. Non ci sarebbe evoluzione spirituale individuale.
Paradossalmente, cercare di migliorare la società dall’esterno ha poco senso. Ogni intervento esterno rischia di imporre un ritmo che non tutti sono pronti a seguire. L’unica vera rivoluzione possibile è quella interna: migliorare sé stessi, elevare la propria coscienza, affinare la propria capacità di amare, capire, agire, interagire, scegliere come condividere, come e se partecipare. Occorre che l'individuo realizzi la direzione della società, la valuti e decida se stare a bordo, se appartenervi o se iniziare a nutrire il desiderio di essere altro: una manifestazione in antitesi, non contro ma diversa. La società e forse questa civiltà sono lo specchio con cui confrontarsi per scegliere chi, cosa e come essere.
Quando un individuo cresce, vibra a una frequenza più alta, le sue azioni influenzano naturalmente il contesto. Non forzando gli altri, ma ispirando e mostrando un modello di comportamento diverso. La somma di queste evoluzioni individuali può produrre un cambiamento collettivo reale, perché ogni passo di consapevolezza contribuisce all’innalzamento della rete sociale.
In altre parole: la società non è una nave da governare dall’alto, è un mare in cui ciascuno può imparare a nuotare meglio. Il progresso collettivo non è l'obbiettivo, non è il risultato di riforme o buone intenzioni universali, ma la somma dei singoli individui che scelgono di elevarsi. Il progresso collettivo è la conseguenza di un'espansione individuale in massa.
Ciò che percepiamo come ingiustizia, ritardo, caos o lentezza della società è parte del percorso evolutivo. È lo specchio che ci mostra dove dobbiamo lavorare su noi stessi. L’emancipazione non sarà mai collettiva, ma personale. È il contrasto con ciò che ci circonda, con l’andamento generale, che ci costringe a reagire, a crescere, a comprendere. Le ingiustizie dei nostri fratelli, in nome di una presunta civilizzazione che poggia su regole sempre più restrittive e inumane, è il vero faro.
L'esempio dei bimbi tolti alle famiglie perché non allineate con gli standard, è il più crudo e attuale: Nessuna civiltà degna di essere nominata così arriverebbe a una violenza simile. Se ci fossero davvero disagi si interverrebbe sì, ma in aiuto, anche imposto forse, se fosse davvero necessario ma mai con la violenza di togliere i figli piccoli alle madri. Il nucleo deve rimare unito, questo in una società civile sarebbe il punto di partenza indiscutibile. Mi viene da vomitare solo per il fatto che serva dirlo. Ecco, questo esempio ci mostra che non è la legge il vero problema ma gli individui che ricoprono i ruoli che applicano la legge (assistenti sociali, giudici, forze dell'ordine). Io mi sono messo nei loro panni e ho sentito quanta infelicità devono provare per arrivare a tanto e solo per uno stipendio. Ecco a cosa serve la società: a mostrarci come non dobbiamo essere e a farci scegliere come vogliamo essere.
Ecco perché l’attenzione dovrebbe spostarsi dall’illusione di cambiare il mondo intero, a ciò che possiamo cambiare dentro di noi. Migliorare sé stessi produce conseguenze apparentemente e momentanee invisibili ma potenti: una società più alta nasce dalle anime più elevate, non dall’imposizione esterna.
Il percorso è individuale, il risultato collettivo. La società rimane, in gran parte, ciò che è: un contesto necessario in cui confrontarsi, crescere, evolvere. Non possiamo pretendere di trasformarla dall’alto, ma possiamo trasformare noi stessi e, con noi, il riflesso che essa ci restituisce. Peraltro credo che non abbiamo nemmeno il diritto di cambiarla, primo perché credo non sia un nostro prodotto, ma appunto un prodotto propedeutico strutturato in questo modo con gli scopi già elencati. Secondo perché qualcuno la vuole così com'é.
E allora, immagina: ogni anima che si eleva è come un faro acceso in un mare vasto e agitato. Non cambia le onde, non le doma, ma illumina la via, suggerisce direzioni, invita chi passa accanto a guardare più lontano. Migliorare sé stessi non è un gesto egoista: è un atto di luce che si riflette nel mondo, silenzioso e potente. Così, pezzo dopo pezzo, l’umanità cresce non come un unico corpo uniforme, ma come un cielo stellato: ogni stella mantiene la sua individuale brillantezza, eppure insieme compone una mappa che guida chi sa guardare.
La società non migliorerà mai da sola. Ma ogni individuo può elevarsi, e con la propria crescita, trasformare il riflesso che la società gli restituisce, accendendo un’onda di coscienza che, silenziosamente, illumina tutto ciò che lo circonda.
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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