Camminando nel bosco, si osserva ciò che spesso sfugge all’occhio distratto: la vita nascosta, la crescita silenziosa, e le strategie di difesa che ogni essere mette in campo per sopravvivere. Tra gli arbusti giovani e gli alberelli che posso spostare con rispetto senza difficoltà, ci sono piante diverse: i rovi, piante spinose che proteggono sé stesse e il loro spazio.
I rovi non possono semplicemente essere spostati: le spine graffiano, feriscono, impediscono il passaggio. Per poter attraversare, sono costretto a tagliarle. Non ho potuto fare meno di notare che la loro difesa diventa così, paradossalmente, la causa della loro distruzione.
Questa semplice osservazione naturale, secondo me, propone una lezione profonda. In filosofia, etica e psicologia sociale, l’uomo è spesso visto come un essere che agisce, reagisce e si protegge. La difesa, nelle relazioni e nei sistemi umani, è spesso percepita come necessaria, ma ha un effetto collaterale: ciò che si difende, ciò che si arma per proteggersi, può diventare vulnerabile all’eliminazione o al conflitto. Attacco e difesa non sono due poli separati: sono due facce della stessa medaglia. Questo è anche uno dei principi fondamentali delle leggi spirituali: attrai ciò che sei. Se attacco e difesa, da un punto di vista spirituale sono la stessa cosa, nel difenderti attrai l'attacco. Beh, potrebbe rientrare in un sistema di credenze ma i rovi nel bosco lo testimoniano inconfutabilmente.
Difesa come spina
La difesa protegge, ma è anche un segnale: dice “attenzione, qui c’è pericolo”. O forse dice: "qui c'è qualcuno che ha paura". Tutto ciò è visibile, palpabile, reale. Chi si avvicina può percepirla, sentirne il dolore, anche senza cattive intenzioni. Così, l’atto di difendersi diventa una forma di comunicazione: la spina parla, segnala i limiti. Paradossalmente nei nostri boschi, è l'unico nemico, un nemico che lo diventa solo perché si difende.
Il paradosso della protezione
La difesa può diventare auto-distruttiva. Proteggendosi troppo, l’essere — vegetale o umano — attira ciò che teme o ostacola chi non aveva intenzioni aggressive. La spina è una forma di protezione, ma anche di esclusione. Nel bosco, taglio le spine per passare. Nella società, reagiamo alla difesa altrui con aggressività, incomprensione o allontanamento.
È un paradosso antico: la protezione genera vulnerabilità, o forse è il contrario: la vulnerabilità crea la protezione. Come i Chiwawa, consapevoli di essere minuscoli, diventano incredibilmente aggressivi tanto da inibire anche cani enormi. Il gatto non è tanto più grande dei Chiwawa, eppure manifesta chiaramente una forza interiore che trascende la mole fisica. Emana una sicurezza incredibile a livello di coscienza che tiene alla giusta distanza, senza ferire e senza essere in pericolo. L’azione difensiva diventa, di fatto, motivo di attacco o di isolamento. Eppure, c’è una chiave filosofica: riconoscere la difesa come segnale, come indicatore di limiti e necessità.
Oltre la spina: libertà e coscienza
La risposta sta forse nella coscienza: nel discernere la necessità di proteggere e quella di passare. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di comprendere le dinamiche invisibili che regolano la vita collettiva che non è altro che la proiezione delle frequenze energetiche. La libertà reale non è esente da ostacoli, ma sa individuarli come prove da superare.
Conclusione
La lezione del bosco è chiara: ciò che si difende con forza può diventare vulnerabile, e ciò che appare innocuo può essere accolto senza fatica. La spina ci insegna l’equilibrio tra protezione e apertura, tra la necessità di difendersi e la possibilità di vivere in armonia con chi attraversa il nostro spazio.
E l’uomo, come il bosco, impara a leggere le spine: non come nemico, ma come messaggio.
Vi rimando ai miei LIBRI, romanzi e saggi, dove questo principio è in qualche modo presente e insieme ad altre riflessioni, propone una visione più dilatata del nostro esser in questo mondo
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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