Perdonare davvero: tra responsabilità personale e responsabilità dell’altro
Nel mondo olistico si sente spesso dire:
“Se ti è successo, significa che dovevi imparare qualcosa.”
“Attiri ciò che sei.”
“La realtà è uno specchio.”
Sono frasi potenti. E in parte vere.
Ma cosa succede quando vengono usate come formule automatiche, ripetute senza discernimento?
Voglio partire da un fatto reale:
Adamo ha chiesto a quattro o cinque amici – persone con cui c’era stima, affetto, reciprocità – un feedback serio su un suo lavoro. Non per esibizione, ma per bisogno autentico di comprendere cosa aveva creato. Un bisogno dichiarato. Esplicito.
La risposta è stata la stessa per tutti: SILENZIO
Non era una questione di vita o di morte.
Ma era una questione energetica forte.
Questa vicenda, realmente accaduta, è solo un esempio per introdurre il tema dell'articolo.
La narrativa olistica dominante
Secondo una certa lettura spirituale, chiunque si trovi in situazioni simili, dovrebbe dire:
“Se è successo a me, è perché devo imparare qualcosa.”
“È uno specchio.”
“Ho attirato questa esperienza.”
Io non nego questa possibilità. Anzi, sono convinto che attraiamo dinamiche compatibili con la nostra frequenza interiore.
Ma qui serve una distinzione fondamentale.
Se io attraggo una situazione, questo non annulla la responsabilità dell’altro.
Le forze in campo non sono una sola.
Sono almeno due.
Il punto cieco dell’olismo superficiale
C’è un rischio sottile negli ambienti spirituali: trasformare la responsabilità personale in colpevolizzazione implicita.
Se ti succede qualcosa, è perché lo hai attirato.
Se qualcuno ti ferisce, è perché dentro di te c’è una vibrazione che lo consente.
Attenzione.
Prendiamo un esempio estremo per chiarire il principio.
Se io sto morendo in strada e ti chiamo in aiuto, e tu non rispondi, posso anche fare un lavoro interiore e chiedermi quale dinamica sto attirando. Posso assumermi la mia parte.
Ma resta un fatto: tu hai omesso soccorso.
La mia energia non cancella la tua responsabilità.
Allo stesso modo, nel caso degli amici: ci si può chiedere cosa ha attivato Adamo, quale aspettativa, quale vulnerabilità. Può crescere. Può imparare.
Ma resta che l’altro ha scelto il silenzio.
E il silenzio, quando qualcuno ti chiede esplicitamente aiuto, è un atto.
Perdono non significa assolvere tutto
Qui entra il perdono.
Si può perdonare in entrambi i casi:
– se l’altro riconosce (eventualità felice e fantastica, tutto torna come prima, anzi, forse meglio)
– se l’altro non riconosce, e qui:
Si può non nutrire rancore.
Si può restare disponibile.
Si può continuare a esserci.
Ma dentro qualcosa cambia. Non per vendetta. Per lucidità.
Perdonare non significa negare che l’altro abbia una responsabilità.
Le energie sono sempre almeno due
Se attraiamo ciò che siamo, è altrettanto vero che l’altro manifesta ciò che è.
Le dinamiche relazionali sono interazioni di campi energetici.
Non esiste un unico generatore.
Se quattro o cinque persone reagiscono allo stesso modo, possiamo parlare di fenomeno. Possiamo studiarlo. Possiamo chiederci cosa abbiamo attivato.
Ma non possiamo cancellare il fatto che ognuno di loro ha fatto una scelta.
La spiritualità matura non elimina la responsabilità dell’altro.
La integra.
La domanda vera
Allora la domanda non è solo: “Cosa devo imparare?”
La domanda è doppia:
– Cosa devo imparare io?
– E quale responsabilità appartiene all’altro?
Perché se vediamo solo la prima, creiamo uno squilibrio.
Se vediamo solo la seconda, creiamo vittimismo.
La maturità sta nel tenere entrambe.
Il confine del perdono
Io posso perdonarti.
Posso esserci per te.
Posso non nutrire risentimento.
Ma non posso fingere che nulla sia accaduto.
Il perdono non è cancellazione.
È integrazione.
E integrare significa anche ridefinire il rapporto, declassarlo, ridimensionarlo sulle energie aggiornate. Ma mai verso astio.
Forse il vero salto spirituale non è dire “ho attirato tutto io”,
ma riuscire a dire:
“Ho la mia parte.
Tu hai la tua.
Io scelgo di non odiarti.
Ma scelgo anche di vedere.”
E voi cosa ne pensate?
Vi è mai capitato di chiedere qualcosa di semplice, ma importante per voi, e ricevere silenzio?
Vi è mai capitato di perdonare qualcuno… ma sentire che dentro qualcosa non era più come prima?
Nel mondo olistico si parla molto di responsabilità personale.
Si parla di specchi, di vibrazioni, di attrazione.
Ma vi chiedo:
Quando vi accade qualcosa, vi assumete solo la vostra parte?
O riuscite a distinguere anche quella dell’altro?
Perdonare significa azzerare tutto?
Significa tornare identici a prima?
Oppure significa non nutrire rancore, pur riconoscendo che la relazione si è trasformata?
E ancora:
Se una dinamica si ripete con più persone, è solo un messaggio dell’universo per voi?
O è anche un segnale culturale, sociale, relazionale del tempo in cui viviamo da osservare?
Esiste, secondo voi, un perdono che non nega la responsabilità dell’altro?
Un perdono che non è ingenuità, ma lucidità?
Mi interessa davvero sapere cosa ne pensate.
Non per confermare un’idea, ma per allargare la riflessione.
Perché forse il perdono non è una formula spirituale da applicare automaticamente.
Forse è uno degli atti più complessi e maturi che possiamo compiere.
Nel mio romanzo ACQUA la dinamica del perdono è predominante, i personaggi vengo chiamati da un'entità superiore a superare vecchie dinamiche interpersonali per fare un passaggio evolutivo.
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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