Utopia, scelta e coscienza: cosa ci insegna davvero l’esperimento dei topi
Otto topi vennero introdotti in questo “paradiso”. Per un periodo iniziale, tutto funzionò: la popolazione crebbe rapidamente, le risorse non mancavano, non c’erano ostacoli esterni. Poi, lentamente, qualcosa si ruppe.
Nonostante l’abbondanza materiale:
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i comportamenti sociali collassarono
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molti individui si isolarono
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la riproduzione diminuì fino a fermarsi
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aumentarono aggressività, apatia e disfunzioni relazionali
Alla fine, tutti i topi morirono. Non per fame, non per freddo, non per predazione. Morirono in quello che Calhoun definì un behavioral sink: un collasso del comportamento.
Questo esperimento viene spesso citato come monito:
“Attenzione all’utopia, perché una società senza difficoltà conduce alla morte.”
Ed è qui che, secondo me, nasce un equivoco enorme.
Il punto cieco dell’esperimento
Sono stati inseriti a forza in un contesto che non comprendevano, senza consapevolezza, senza possibilità di scelta, senza alcun processo interiore di adattamento o trasformazione. In altre parole, paradossalmente sono stati snaturati senza nessuna possibilità di comprendere e quindi di rispondere o reagire perché il loro livello evolutivo non glielo consente.
E allora la domanda cambia radicalmente.
Oggi, almeno potenzialmente:
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possiamo riflettere sul contesto in cui viviamo
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possiamo interrogarci sui nostri schemi mentali
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possiamo scegliere se aderire o meno a un certo paradigma
possiamo immaginare un mondo migliore e cercare di raggiungerlo
possiamo sostituire difficoltà come stimolo a benessere come stato naturale dell'essere consapevole.
L’obiettivo filosofico e spirituale di moltissime tradizioni non è la sopravvivenza nella difficoltà, ma il superamento della necessità della difficoltà stessa.
Ma è davvero così? Non credo proprio, sarebbe da replicare l'esperimento con essere umani pronti a vivere in armonia e aperti a incontrare il "cosmo". Non in senso scientifico, ovviamente, ma come ipotesi filosofica e antropologica.
Difficoltà o coscienza?
I topi, privati della necessità di lottare per sopravvivere, non hanno sviluppato una dimensione contemplativa, creativa o spirituale. Non potevano farlo. Non è nelle loro possibilità.
L’essere umano, invece, potrebbe.
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contemplazione
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ricerca del senso
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esplorazione del cosmo
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approfondimento della coscienza
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creatività pura
A una condizione: che questa transizione sia scelta, non subita. Oppure ottenuta con sforzo consapevole come fosse il superamento dell'ultima grande difficoltà.
Questo implica lasciare andare schemi antichi:
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l’idea che il valore nasca solo dalla fatica
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la convinzione che senza lotta non esista crescita
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l’identificazione totale con il superamento dell’ostacolo
Forse l’evoluzione umana non è restare per sempre nella difficoltà, ma trascenderla. Forse gli schemi sopra citati potrebbero essere stati imposti come spinta a ricercare la perfezione, cosa questa che è evidente che se fosse imposta, produrrebbe la fine. Si arriva a notare un aspetto curioso: la felicità imposta, se non si è pronti, produce morte. Le difficoltà imposte potrebbero produrre invece felicità perpetua se scelta e raggiunta con sforzo.
Una prova evolutiva, non un avvertimento
E questa, forse, non è una fuga dalla realtà. È una prova evolutiva.
Come al solito vi suggerisco la lettura del mio saggio GENESI INVERSA dove avanzo l'ipotesi che le difficoltà siano state indotte proprio per produrre consapevolmente l'effetto contrario.
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

Sto finendo di leggere Genesi Inversa,libro molto profondo che consiglio di leggere.
RispondiEliminaGrazie
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