“Un bel gioco dura poco.” Quante volte abbiamo sentito questo detto? Suona innocuo, quasi un consiglio scherzoso, eppure se ci fermiamo a riflettere, emerge come un vero e proprio messaggio culturale. Un messaggio che, in fondo, ha plasmato il modo in cui pensiamo al lavoro, allo svago e persino al senso della vita.
Proviamo a smontarlo un attimo. Da un passato in cui lavorare significava sopravvivere, siamo passati a un concetto implicito per cui meno ci divertiamo e più ci dedichiamo al lavoro, meglio è. Ma cosa è davvero il lavoro? È necessario lavorare così tanto, fino al punto da considerare il divertimento, l’arte e lo svago come qualcosa da limitare o addirittura da colpevolizzare?
Se guardiamo ai bisogni essenziali dell’uomo, ci accorgiamo che la struttura attuale dell’attività lavorativa non è indispensabile per la mera sopravvivenza. Essa è invece necessaria al mantenimento di un sistema economico che, paradossalmente, ha come obiettivo se stesso e non i bisogni reali degli esseri umani. Produciamo in surplus, accumuliamo, misuriamo ricchezza e produttività, ma quanto di tutto ciò serve davvero per vivere pienamente?
E qui entra in gioco un’ipotesi sempre più presente nel dibattito contemporaneo: forse “qualcuno” ci ha privato di tecniche e forme di energia potenzialmente illimitate e gratuite. Scienziati e inventori come Ettore Majorana e Nikola Tesla hanno mostrato, in modi diversi, che era possibile immaginare una produzione e un’organizzazione della vita non più basata sulla lotta per la sopravvivenza, ma sulla collaborazione con gli elementi, sulla libertà creativa e sulla cura dell’anima.
Se è vero che la realtà ci ostacola realmente, allora forse “meno ci si diverte, meglio è” può avere un senso di sopravvivenza. Ma se, come sembra, il vero ostacolo è stato costruito da una struttura produttiva che ha perso il suo vero focus, allora tutto cambia. In questa prospettiva, un bel gioco non solo non è superfluo, ma diventa essenziale, al pari della sopravvivenza. Nutrire l’anima, attraverso arte, svago e piacere, diventa un dovere di una società adulta e responsabile, così come nutrire il corpo è un dovere naturale.
Un mondo maturo non avrebbe bisogno di slogan come “un bel gioco dura poco”, perché sa già, senza che glielo ricordino, che dopo il soddisfacimento dei bisogni primari è necessario prendersi cura del secondo livello: quello dell’anima, della creatività e della gioia.
Conclusione: in una versione più sana del nostro mondo, un bel gioco dura quanto se ne ha voglia. E forse è proprio da qui, da questo equilibrio tra corpo e anima, lavoro e svago, che una società può definirsi veramente adulta.
Nel mio saggio IL MONDO IN CUI VIVIAMO ho dedicato un capitolo al lavoro e alla necessità di smettere di dedicarsi a esso nel modo in cui viene fatto. Nel mio saggio GENESI INVERSA, affronto il lavoro come una struttura e un'istituzione introdotta da coloro che sembra ci abbiamo creato, attraverso le ipotesi che emergono dalle traduzioni delle tavolette sumere.
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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