Oltre la Consuetudine del Rischio: Per una Privatizzazione Radicale della Follia Umana
Esiste un paradosso logico radicato nel cuore profondo del nostro ordinamento giuridico e sociale, una contraddizione che la maggior parte dei cittadini accetta per pura abitudine, ma che a un’analisi filosofica rigorosa si rivela insostenibile. Da un lato, lo Stato si fa promotore di un paternalismo asfissiante, sanzionando il cittadino che non indossa le cinture di sicurezza o il casco, proclamando il diritto alla salute come un bene indisponibile da tutelare a ogni costo. Dall’altro, lo stesso identico Stato firma con regolarità burocratica le autorizzazioni per competizioni su strade pubbliche – come i rally o le corse motociclistiche d'élite – in cui mezzi meccanici sfrecciano a velocità folli a pochi centimetri da alberi, muretti e folle di spettatori.
Accettare che il suolo pubblico si trasformi periodicamente in un'arena in cui la morte è un’eventualità statistica nota e accettata non è tolleranza: è complicità istituzionale. Questa prassi si regge su una consuetudine giuridica che andrebbe urgentemente trascorsa. La consuetudine, per i giuristi più miopi, è una fonte del diritto che giustifica il presente in virtù del passato; per il filosofo, invece, è spesso solo la stratificazione storica di un'ipocrisia. È giunto il momento di recidere questo cordone ombelicale tra la collettività e il rischio deliberato, spostando la follia umana dove le spetta di stare: nel recinto del privato e della totale responsabilità individuale.
Il limite della Compassione Burocratica
La critica qui mossa non intende legiferare sui sentimenti privati. Se un singolo cittadino desidera provare empatia o piangere per un pilota o uno spettatore rimasto ucciso contro un albero, è libero di farlo: la compassione privata è incontrollabile e insindacabile. Il vero bersaglio è la compassione burocratica dello Stato, quell'automatismo istituzionale che costringe la comunità a farsi carico, economicamente e logisticamente, delle conseguenze di un rischio cercato per puro ego, orgoglio o intrattenimento.
Nel momento in cui un individuo esce di casa sapendo che sta per sfidare la fisica per puro divertimento, non siamo più di fronte a una tragica fatalità o a un incidente imprevedibile. Siamo di fronte a una condotta che flirta consapevolmente con l'autodistruzione. Pretendere che il Servizio Sanitario Nazionale, finanziato dalle tasse della collettività, mobiliti elicotteri e chirurghi d'urgenza per rimediare a questa stupidità è un parassitismo sociale inaccettabile. Immaginare un'eliambulanza pubblica impegnata a raccogliere un pilota sconsiderato, mentre a pochi chilometri di distanza un codice rosso imprevedibile potrebbe restare scoperto, non è civiltà. È un fallimento etico. La stupidità cosciente deve smettere di trovare uno scudo nella solidarietà pubblica.
Lo Stato come Consulente, non come Salvatore
La soluzione non risiede nel proibizionismo liberticida, ma in una separazione netta dei patrimoni e delle responsabilità. Credo che le gare su suolo pubblico andrebbero interamente vietate per preservare l'ambiente, la viabilità e la logistica dei soccorsi comuni. Chi desidera cercare il limite estremo deve farlo all'interno di circuiti privati, acquistati e allestiti a proprie spese.
In questo nuovo scenario, lo Stato non abdica al suo ruolo di vigilanza, ma lo trasforma radicalmente, agendo come un consulente e certificatore matematico del rischio. Il legislatore non deve mettere bocca sull'assurdità o sulla letalità degli ostacoli: (visto che non lo ha mai fatto) se gli organizzatori privati vogliono inserire spuntoni di ferro o lame nelle curve per aumentare il brivido della competizione, lo Stato non deve impedirlo, a patto che l'intera struttura sia autosufficiente.
Il ruolo pubblico si limiterà all'applicazione di un rigido protocollo di proporzionalità tra pericolo e logistica privata. Un algoritmo di Stato valuterà il circuito: dieci ostacoli letali inseriti nel percorso? Il protocollo imporrà l'obbligo di avere a bordo pista, interamente finanziati dai privati, sette ambulanze dedicate, tre sale operatorie mobili e un team di dieci chirurghi d'urgenza. Se i requisiti sono soddisfatti, lo Stato rilascia il visto di conformità ed esce di scena. Se i medici privati non basteranno e i partecipanti moriranno sul prato, la responsabilità ricadrà interamente su chi ha firmato il consenso e su chi ha organizzato l'evento. Il numero di emergenza pubblico non oltrepasserà mai quel cancello.
La Monetizzazione del Macabro
In questo modello di totale privatizzazione, anche l'aspetto economico troverebbe la sua naturale e coerente evoluzione. È un dato di fatto, per quanto cinico, che il voyeurismo della morte e degli incidenti reali generi già oggi un giro d'affari milionario su piattaforme digitali, media e social network. La gente, per una morbosa curiosità verso il limite estremo, vuole vedere queste immagini.
Nel momento in cui l'evento diventa un affare interamente privato e regolato da un contratto di assunzione del rischio, gli organizzatori avranno il pieno diritto di filmare, produrre e monetizzare i video dei drammi che si consumano nella loro arena. Saranno i proventi di questo mercato del macabro, alimentato da chi guarda e da chi corre, a finanziare le cliniche private e i medici d'urgenza posizionati lungo la pista.
Trascendere la consuetudine della partecipazione statale significa restituire a ciascuno il peso delle proprie scelte. Chi vuole distruggersi per orgoglio lo faccia pure, ma lo faccia a sue spese, fuori dal nostro spazio comune, lasciando intatte le finanze del contribuente e, non da ultimo, la dignità biologica di quegli alberi che non hanno mai chiesto di essere abbattuti in nome della velocità umana.
Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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