martedì 10 febbraio 2026

COM'È E COME DOVREBBE ESSERE

 


Un metodo di consapevolezza tra analisi, etica e creazione della realtà

Esiste una dinamica semplice, quasi banale nella sua formulazione, ma potentissima nei suoi effetti:
com’è e come dovrebbe essere.

È una struttura di pensiero utilizzata da tempo in molte discipline umanistiche e sociali: psicologia, psichiatria, sociologia, pedagogia, filosofia. A volte viene presentata come strumento clinico, altre come metodo critico, altre ancora come pratica di consapevolezza. Ma raramente se ne esplora fino in fondo il potenziale trasformativo.

Perché questa coppia di opposti non serve solo a descrivere la realtà.
Serve a interrogarla, metterla in tensione, e infine superarla.


Il primo polo: com’è

L’analisi senza illusioni

Il punto di partenza è sempre lo stesso: guardare una situazione per ciò che è.

Che si tratti della propria vita personale, di una relazione, di una struttura sociale, di un sistema politico o economico, il primo movimento è osservativo.
Com’è davvero questa situazione?
Quali sono le dinamiche reali, non quelle raccontate o idealizzate?
Quali effetti produce sugli individui, sulla psiche, sul corpo, sulla coscienza?

Nella maggior parte dei casi, se ci poniamo la domanda “come dovrebbe essere”, è perché com’è non va bene.
Non funziona.
Produce sofferenza, disagio, alienazione, stallo.

Questa fase richiede onestà radicale.
Non è una fase creativa, né consolatoria.
È una fase quasi scientifica: osservare, descrivere, riconoscere.


Il secondo polo: come dovrebbe essere

Etica, immaginazione, visione

Ed è qui che accade qualcosa di interessante.

Il passaggio dal “com’è” al “come dovrebbe essere” non è solo un confronto razionale. È un salto qualitativo.

Entrano in gioco:

  • l’etica

  • la sensibilità

  • la visione del bene

  • la capacità immaginativa

  • e, più in profondità, la nostra natura essenziale

Quando ci chiediamo come dovrebbe essere una situazione, non stiamo solo facendo un esercizio teorico.
Stiamo attingendo a un livello più profondo della coscienza, uno spazio in cui molti esseri umani — chi più, chi meno — riescono a immaginare una condizione migliore, più armonica, più giusta.

In questo senso, l’utopia non è fuga dalla realtà.
È una funzione naturale della coscienza perché è la direzione naturale che sente e che vuole raggiungere.


Creatività come atto ontologico

Dalla fantasia alla creazione

Qui il metodo smette di essere solo psicologico o sociologico, e diventa qualcosa di più sottile.

Nelle tradizioni esoteriche, la creatività non è semplicemente “inventare”.
È partecipare alla creazione della realtà.

Quando mi sposto consapevolmente dal “com’è” al “come dovrebbe essere”, non sto solo immaginando un’alternativa:
sto generando un campo di possibilità.

Potremmo chiamarla:

  • creatività consapevole

  • creatività simbolica

  • creatività quantistica (nel senso non tecnico, ma ontologico del termine)

La realtà non viene più vissuta come qualcosa di fisso e minaccioso, ma come un sistema interattivo in cui l’osservatore ha un ruolo. Un punto di partenza dove ci si mette in gioco per comprendere e per andare oltre.


La tensione creativa tra gli opposti

Il vero potere di questo metodo non sta in uno dei due poli, ma nella tensione tra di essi.

Se resto solo nel “com’è”, rischio il cinismo, la rassegnazione, la depressione.
Se mi rifugio solo nel “come dovrebbe essere”, rischio l’illusione, la fuga, l’astrazione.

Ma se tengo insieme i due poli, accade qualcosa di raro:

  • nasce consapevolezza

  • nasce responsabilità

  • nasce direzione

È come se la coscienza si trovasse sospesa tra ciò che non funziona più e ciò che ancora non esiste, ma chiede di venire al mondo.


Dal metodo individuale al metodo collettivo

Questo strumento non vale solo per l’individuo.

Applicato alle strutture sociali, ai sistemi economici, ai modelli di convivenza, diventa una lente potentissima:

  • com’è il sistema attuale?

  • come dovrebbe essere un sistema che rispetti la dignità, la coscienza, la libertà interiore?

Qui emerge un punto cruciale:
immaginare “come dovrebbe essere” non è un atto ingenuo.
È un atto radicalmente politico e spirituale, nel senso più profondo del termine.


Verso la creazione consapevole

Forse il passaggio evolutivo che stiamo vivendo non consiste nel risolvere singoli problemi, ma nel cambiare il modo in cui li vediamo e li affrontiamo.

Non più solo reazione.
Non più solo lotta.
Ma creazione consapevole.

Il metodo “com’è / come dovrebbe essere” non ci dice cosa fare.
Ci insegna come guardare, ci dà la possibilità di interagire consapevolmente.

E forse è proprio da qui che nasce ogni vera trasformazione.

Nel mio saggio IL MONDO IN CUI VIVIAMO cerco di dare una lettura del contesto in cui siamo immersi da un punto di vista esoterico e spirituale e mi spingo anche nel come dovrebbe essere, arrivando addirittura a proporre una secessione spirituale e filosofica dal sistema partendo dall'immaginarne una versione utopistica verso la quale mi sento già di appartenere.

Davide Ragozzini per Maestro Silenzio Edizioni

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